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Qui di seguito avete il testo del discorso tenuto dal Presidente della Provincia Gianluigi Boiardi per l’anniversario della Liberazione.

Boiardi: il 25 Aprile, Scuola di Libertà
“Commemorarlo non è retorica ma un modo per ricordare il valore della Libertà e della Dignità umana”

Così il presidente dell’Amministrazione provinciale ha ricordato ieri, 25 aprile, il 62° anniversario della Liberazione del Paese dal regime nazifascista.
“Ricordare oggi la Liberazione, la guerra di Resistenza, la grande valenza simbolica del 25 aprile non è stanca retorica o un dovere da assolvere, ma il modo migliore per ricordare prima a noi stessi e poi a tutta la collettività l’immenso, insopprimibile valore della Libertà e della dignità umana.
Il 25 aprile rappresenta la data spartiacque tra gli anni dell’orrore, dell’umiliazione civile e morale, della disperazione, e quelli del riscatto, di un nuovo entusiasmo, della voglia di ricostruire. Raramente nella storia si è visto un tale momento di riscatto e rinascita, una tale spinta a credere nella propria identità. Ci furono anche errori e ingiustizie, tragedie che continuarono a riverberare il triste odio del tempo di guerra ancora per anni. E la pietà oggi accomuna tutti i morti, il tempo dell’odio è alle spalle, restano solo tombe e ricordi. Ma da tutto quel dolore nasceva un’Italia che finalmente conosceva una stagione nuova. Una stagione di diritti e di doveri, di democrazia, di libertà di espressione, di fiducia e a volte di ingenuo entusiasmo.
E c’era sempre, come c’è oggi, un debito che con tutta la buona volontà non salderemo mai se non con questo ricordo, qui, oggi come tra un anno e per molti, molti anni ancora. Il debito con il coraggio, con la fame di libertà, con la voglia di essere cittadini e non sudditi impauriti, che animava e guidava quei ragazzi, i nostri partigiani, che sulle nostre montagne per lunghe, durissime stagioni combatterono senza paura e con enormi sacrifici l’oppressione e la spietata violenza nazi-fascista.
Io voglio qui ricordare idealmente tutti, dai primi caduti della Liberazione a Piacenza, i militari che si opposero, il 9 settembre all’occupazione della città da parte dei tedeschi, a tutti quei combattenti che trovarono la morte fino al 25 aprile 1945. Il rifugiarsi in montagna dopo l’8 settembre rappresentò il primo vero atto costitutivo della nuova Italia, quel trovare la forza e il coraggio di lasciare tutto, i propri affetti e le proprie certezze per affrontare una lunga stagione di guerra, di orrori e di pericoli, sapendo benissimo che si correva il rischio di non tornare mai più a casa. Eppure furono in molti a fare questa scelta: antifascisti in pericolo, militari che non intendevano rispondere ai bandi delle chiamate alle armi del costituendo esercito repubblichino, e anche poi tanti uomini e donne che inseguivano sogni e ideali, ma ideali forti, vivi, concreti, che avevano radici tenaci, giovani che avevano una speranza, e noi oggi siamo quella speranza.
Alcuni sogni sono stati traditi o sono caduti da soli, alcuni li stiamo ancora inseguendo, ma ciò che quei giovani ci hanno donato con il loro sacrificio è nostra per sempre, è un’Italia libera e democratica, che a volte sembra sprofondare nelle ombre ma ha sempre la forza di riprendersi e di tornare a inseguire l’aspirazione a una società più giusta e aperta, che tuteli i più deboli e i diritti di tutti, solidale e orgogliosa dei suoi progressi.
La Liberazione ci ha insegnato che non è possibile delegare ad altri, aspettare, sperare semplicemente che le cose cambino, occorre agire, difendere i propri diritti e i propri ideali, combattere per essi e non cedere al qualunquismo, a coloro che dicono: “io risolverò i vostri problemi, io ho la ricetta per i vostri guai”. La politica non è una mela avvelenata, è la nostra vita di ogni giorno. Non bisogna temerla o disprezzarla, perché è la forza della democrazia che è figlia proprio di quel 25 aprile che ha insegnato che ognuno è protagonista e può aiutare il suo Paese e la società a crescere e migliorare.
Ci sono ancora oggi politici dal sorriso falso che sembrano avere solo certezze e fanno mille promesse: prima piroettavano su una sponda e ora lo fanno con la stessa leggerezza dalla parte opposta, senza il minimo imbarazzo, ammantandosi in una libertà vuota di valori veri e civili, che è semplicemente spesso la libertà di fare i propri affari, di tessere i propri progetti, di aiutare i propri amici. Io vi dico che se una lezione ci insegna il 25 aprile è che non esistono ideali di comodo, che si possono piegare ai propri interessi e alle esigenze del momento o alle proprie smanie di protagonismo e che si possono portare come un bagaglio a mano passando da uno schieramento all’altro. Il nostro Paese non ha bisogno di questi personaggi. C’è bisogno di concretezza, non di fantasmi di un passato prossimo.
La Liberazione che noi celebriamo oggi è attuale, viva, a più di 60 anni di distanza, perché rappresenta un grande impegno comune per far crescere la società, insieme, sentendosi cittadini tra i cittadini, umili ma determinati e forti. Dalla tragedia siamo tornati alla democrazia e abbiamo imparato che bisogna lottare ogni giorno, dovunque, per evitare ogni minimo cedimento.
Il muro delle libertà e dei nostri diritti è preso d’assalto quasi ogni giorno, con tanti piccoli tentativi striscianti, con la cattiva politica e la cattiva economia che tentano di riportarci ad una condizione di sudditi schiacciati da forze che sembrano troppo grandi per potersi opporre. Ma non è così, e il 25 aprile ce lo ha svelato una volta per tutte: ogni giorno dobbiamo difendere i nostri diritti e la nostra libertà dovunque, la dobbiamo difendere con il voto e con l’opinione, la dobbiamo difendere facendo il nostro dovere e continuando sempre a credere, fortemente, senza mai stancarci, che la libertà di tutti dipende da ognuno di noi. I nostri giovani in montagna lo sapevano bene, ed è per questo che essi vivono ancora, e sempre, nei nostri cuori”.

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